Morula

Morula

Bassist and composer.
UI designer & developer, co-founder of responsive design agency UI Farm Ltd.
Living in Rotherhithe, UK.

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This reminded me of the first time I saw Windows running on a Mac.

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Leaving Just a Memory

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I watched the London Southbank fireworks, and it struck me that every time the camera focused on the people, there was this sea of arms holding smartphones pointed at the show. I thought: I bet they’re checking the small screen every ten seconds (or more), to be sure that the movie will be okay when posted on social networks.

Two examples of memorable events I witnessed:

  • The Pink Floyd live, July 1988.
  • The New Year’s Eve in Paris, 31st december 1999.

I’m still filled with incredibly strong and vivid memories about both events. Because I actually watched them, I enjoyed them fully, without being distracted at all.

I’ve got no pictures or videos, and I don’t care. I can always find pictures or videos of great events that I’ve attended, done by passionate people or by professionals paid to capture them. I’ve seen clips about the very same Pink Floyd concert back in 1989, and they don’t give me any emotions, because I sang, I jumped, I screamed, I stayed put with staring eyes watching the show with people I love. That is different. It wasn’t me trying to hold a camera or a phone and keep checking a 3 inches screen instead of living.

July 2011, O2 arena in Berlin. I attended a spectacular The Wall Live show by Roger Waters. I took a shitload of pictures and captured about twentyfive minutes on video. That was utter bollocks, or putting it politely: an incredible waste of time, energy and quality of life.

I don’t have vivid memories about that live gig. I have to go through my pictures and shitty videos, and what I really recall it’s me trying to capture an event. There’s something incredibly wrong with it.

Last year at the Ronnie Scott Jazz Club in London, the host introduced the  Jonathan Batiste live concert by saying “please switch off your cameras and phones and watch the real thing”.

That’s it. It’s that easy.

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Buon anno ragazzi e ragazze

imageFoto: dalle scogliere di Dover, Ottobre 2012.

Chi c’è c’è, e chi non c’è non c’è

Terzo anno da emigrato.

La progressiva immersione nella differente vita quotidiana ha avuto il sopravvento su tutto quello che non ne fa piu’ parte.

Non vale per tutto e tutti, naturalmente. Ci sono amicizie e legami,  familiari e non, che restano. Con queste persone riesco a mantenere un rapporto costante e vivo. Tutto il resto ha ceduto, che lo si voglia o meno. Ed è una scelta bilaterale: anch’io non faccio più parte della differente vita quotidiana di chi è rimasto dove ero.

Hic et nunc

Per un certo tempo ho fatto paragoni da esagitato tra il prima e l’adesso. Intesi come il luogo da dove provengo e quello in cui sono arrivato. Me ne vergogno, a ripensarci, ma sembra che tendano a farlo quasi tutti. Probabilmente è un processo naturale, soprattutto quando andarsene significa tagliare con qualcosa che faceva vivere male.

La più grande sorpresa è stata l’idea di mettermi in proprio, in un paese a cui ancora non sono del tutto abituato. Paese che capisco sempre un po’ di più ma che resta tuttora un luogo in cui vivo da soli tre anni, al contrario dei quaranta che mi hanno creato e formato in quello precedente. I numeri contano.

Paura di che?

Nei quarant’anni precedenti non ho mai osato imbarcarmi in attività professionali che mi vincolassero legalmente ad altre persone. Qui ho aperto una società dopo nove mesi, con due persone di cui mi fido e con cui ho lavorato bene in precedenza.

Nessuno di noi aveva un lavoro fisso di giorno. La nostra azienda non era un desiderio coltivato di nascosto mentre venivamo pagati da un altro datore di lavoro. Abbiamo preso e saltato. Quell’attività, quella società, era ed è il nostro mangiare, il nostro presente.

Quando non c’è piu’ nessuno sopra, sei tu a decidere. E le tue decisioni sono quelle che determinano la riuscita o il fallimento. Decidi la direzione, la devi mantenere e fare crescere. Questo genere di responsabilità è preziosa, impagabile. Insegna molto più che non tutti gli anni passati a lamentarsi delle presunte scelte sbagliate prese da qualcun altro.

Soffermarmi sulla lista dei timori, per cosa? Se mi fossi fermato a ponderare tutto quello che poteva andare storto, non sarei neanche partito. Non mi sarei neppure spostato a Milano quasi vent’anni fa. Questo non toglie che cambiare drasticamente sia difficile, sempre, anche andando avanti.

Meno chiacchiere

Fondare un’impresa è il passo semplice, l’inizio. Non hai più uno staff a occuparsi delle faccende che hai sempre ignorato. Lo fai tu con i tuoi soci. Amministrazione, pratiche, ufficio, affitto, contabilità, procurarsi contratti, questioni legali. La lista è estremamente lunga. Il tempo è lo stesso, e abbiamo deciso fin dall’inizio che avremmo mantenuto una vita. Ergo: non facciamo ore piccole, non lavoriamo durante il weekend, facciamo le ferie, e quando si ha qualche problema – o non si ha voglia – si può lavorare da casa. Siamo nel 2013, non nel 1995.

Per tenere assieme tutto questo, si tagliano due cose: i timori e le chiacchiere. In mezzo a questa apparente frenesia, che in verità abbiamo imparato a gestire piuttosto bene, si è trovato il tempo e il modo per costruire un’azienda alla pari: democratica, se il termine ha ancora un senso. Ognuno di noi ha talenti particolari. Tutti condividono la linea e lo spirito, perché sono costruiti da tutti attraverso questi stessi talenti differenziati. Soprattutto uno, condiviso: l’umiltà.

Ho realizzato qualcosa che era da tempo lì a sedimentare: il potere dell’umiltà delle persone con cui si lavora. La competenza silenziosa di chi non si dà arie, che non chiacchiera a vuoto ma agisce perché vuole riuscire in qualcosa a cui tiene.

Mi rendo conto come in tutta la mia vita lavorativa e non, io abbia sempre imparato dalle persone come me. Quelle che fanno, agiscono, creano, producono; a volte eseguono, magari controvoglia. Spesso propongono, si attivano. Che le loro proposte vengano accettate o meno.

Banality Fair

Per il mio lavoro in passato ho seguito a lungo i cosiddetti guru. Quelli che a volte sono definiti tali da una comunità; più di frequente quelli che si sono in qualche modo auto-proclamati tali.

Si danno titoli come ninja, mentor, advisor, specialist, founder, o nei casi più eclatanti CEO. Un po’ come quando a sedici anni si formava il primo gruppo musicale, e sugli improvvisati demo tape si limavano i credits con termini ridondanti (lyrics by; music by; produced by), puntellando il tutto con simboli di copyright e trademark.

Non dubito che diversi di questi guru abbiano buone idee. Non metto in discussione che a volte ci sia volontà e competenza. Tuttavia, i loro dieci o ventimila followers su Twitter non mi dicono un beato niente. Soprattutto quando nel concreto leggo la fiera delle banalita’ che sono i loro articoli, da cui non imparo mai nulla, o quando alle conferenze in cui fanno i relatori (a loro piace dire che fanno talk) esco e non ho niente di più rispetto a prima.

Il tempo mi serve, e quello è buttato nello scarico.

Rimmel

Un esempio opposto è quello di Fabio Fabbrucci. Una sua presentazione a Firenze nel – per me lontanissimo – 2010, mi aprì gli occhi su una tecnologia che ho poi imparato e che adesso utilizzo da anni, quotidianamente. Mi lasciò davvero qualcosa, con il suo entusiasmo e la sua competenza.

Negli anni successivi non l’ho più incontrato, né sono stato bombardato da lui sui media digitali. Queste sono le persone che sanno insegnare: quelle che agiscono invece di sistemarsi il trucco davanti allo specchio fissando il proprio avatar. Quelle che sono coscienti di avere da imparare a loro volta, di continuo.

Ti spiego IO come si fa

Mi sono scrollato di dosso la fuffa a titolo definitivo quando li ho incontrati di persona, i guru e i mentors.

Ti guardano di sfuggita, distolgono lo sguardo, parlano solo di loro stessi. Non ti chiedono mai chi sei o cosa fai, non ti chiedono i contatti: ti danno i loro. Ti stanno facendo un favore a stare lì con te.

Scena: sei in un locale con il guru che ti stringe la mano sudata e molle, sorridendo solo da un angolo della bocca. Da quando ti siedi fino a quando ti rialzi, fissa il suo iPhone o il tablet (a volte entrambi), non te. Parli e lui o lei scrolla il dito sullo schermo, guarda foto, scrive. Ha un pubblico, capisci?

Il meglio è quando ce ne sono almeno due contemporaneamente: diventi un ospite pagante. Il nadir lo raggiungi quando sei nella tua città mentre loro sono di passaggio: pranzate in uno dei tuoi luoghi preferiti e questi non perdono occasione per spiegarti dove si può mangiare molto meglio. Nella città dove tu vivi trecentoquaranta giorni all’anno c’è sempre un posto che conoscono in cui si sta meglio di dove stai tu.

Per mancanza di argomenti sensati, salto del tutto il capitolo dei guru che si spostano a vivere nella tua stessa città, e dopo sei giorni sanno già tutto.

The Slideshow Must Go On

Seguendo l’antico adagio del calzolaio con le scarpe rotte, i guru straparlano di come si fa, ma non lo fanno. Adottano per ultimi, e male, quello che a un certo punto è talmente standard che non lo puoi più evitare.

Passano la vita a fare conferenze. Passerelle che servono a pagare i loro Powerpoint (o i Keynote) tutti uguali, fatti con lo stesso stampo da persone che non ascoltano nessuno che non sia nella loro cerchia.

Tutto torna

Quello che mi interessa, invece, è che ho lavorato con molte belle persone, bravi professionisti, uomini e donne. Sia in Inghilterra sia in Italia. Davvero grandi figure di competenza e affidabilità.

Professionisti che mi hanno insegnato qualcosa e trasmesso umanità ed entusiasmo, senza giri di parole, con senso di condivisione. Persone appassionate, che non parlano di iper-uranio, che quando li incontro è un piacere, che agiscono e ti guardano negli occhi se sono lì con te.

Tutto torna quando mi accorgo che nella mia vita personale mi sono circondato dello stesso genere di persone.

Come diceva Giolindo Ferretti un po’ di tempo fa: buon anno ragazzi e ragazze.

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codeczombie:

feeding plants - out 2014

codeczombie:

feeding plants - out 2014

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