L’ultima linea della resistenza è fare le cose bene.
Elio Petri
In centro ha aperto un negozio di roba cinematografica, riviste, colonne sonore.
Per una piccola città è un evento.
Si tratta di uno spazio pieno di cose evocative ma con una drammatica lacuna: il titolare è un giovanotto rigidamente alternativo, supponente e antipatico.
Se la tira da paura insomma e nonostante gli abbia già sganciato duecento euro tra dischi libri e film non mi si fila per niente.
Il negozio è suo ma sembra un commesso della Standa la vigilia di Natale, e sul suo viso campeggia una scritta enorme: “Perchè lo faccio? Non vedi che io non ci vorrei stare qui?”
Sento una bella canzone e gli chiedo chi è che canta.
Con la solita faccia mi risponde col suo tono metallico standard, e dice rassegnato “E’ Mark Lanegan”.
Poi un lampo di vita, si ridesta dai suoi pensieri troppo alti e scollegati e mi comunica deciso: “Non credo che tu lo conosca, era il cantante degli Screaming Trees”.
Ora capisco.
Il mio aspetto ordinario gli trasmette ascolti deplorevoli.
Ma io lo so chi è Mark Lanegan, arrogante bottegaio indegno della roba che vendi qui dentro, alternativo dei miei coglioni che quando io ascoltavo i Dead Kennedys tu nemmeno ti facevi le pippe.
Me ne vado.
Me ne vado e lo odio.
Ieri sera passa un video alla televisione e guardo distratto il cantante: è quel lurido clerk. Ecco perchè quell’aria da stronzetto non mi era nuova. E tutto torna, alla fine.
Lo scemo è il cantante dei ******* *******
Ho mal di stomaco, la bile travasa e me ne vado a dormire.
Brutta bestia, l’invidia.
Offlaga Disco Pax, Tono metallico standard

Delete

Mi si chiudono gli occhi sul cancellare. Mail, chat, documenti, contatti, gente sui social network. Un delete, una palpebra.

Oggi ho spedito la certificazione al Consolato, tra non molto non sarò più italiano.

Distanza

Empatia.

È quello che con il tempo — non tanto tempo — ti porta distante dalle persone che rimangono al palo dopo che tu hai accelerato. Oppure solo cambiato aria.

Non riesci più a farti capire, soprattutto non cogli più il minimo interesse in quello che ti possono dire. Restano esclusi in pochi da questo fenomeno. Le persone più vicine, soprattutto quelle che non molli e che non ti mollano.

Tutto è più veloce di quello che immaginavo, e meno male.

Io e Giolindo

1997 Sunshine

Pochi giorni prima di questa foto, alla cascina Monluè di Milano c’è la festa del CPI.
È il 1997, primavera, fa un insolito caldo. Ho i capelli in treccine. Di lì a qualche mese sarebbe uscito Tabula rasa elettrificata. Si respira aria di qualcosa che sta per accadere. Entro nel pomeriggio (la festa apre solo di sera) perché il mio caro amico Paolo suona con Marco Parente (all’epoca nella scuderia di Maroccolo), così mi infilo da privilegiato.

Mangiamo sul prato della cascina, con il sole a picco e un cielo che raramente viene offerto da Milano. Osservo: c’è una tavolata lunga dietro il tendone con il palco, all’aperto. Lì mangiano solo gli adetti. Vedo Maroccolo, Gasparini, Zamboni, Ferretti e tutto il resto del gruppo, con annessi e connessi.

Finisce il pranzo. Sono seduto a gambe incrociate sull’erba a godermi il sole, l’aria buona e i miei capelli che sembrano darmi un’aria così in.

A un certo punto, dopo avere lungamente osservato Zamboni (perché mi attira il suo essere silente, quasi nascosto), vedo Ferretti che mi si avvicina. Ha i capelli a cresta, tinti di un blu assurdo. Con quel sole sulla testa si nota a chilometri di distanza. Passa così vicino a me che mi nota. Ci guardiamo, direi intensamente, in silenzio. Nessuno dei due cambia espressione (probabilmente di gelida curiosità reciproca). Ho la nettissima sensazione che mi stia scrutando per valutare se sono io ad avere i capelli più fighi dei suoi.

Chi dei due compensa un bisogno di attrattività più dell’altro? Niente sala d’attesa e governo ladro, però beh, uno dei due sta esagerando. Suppongo sia lui. Io mi sto divertendo, sono in una fase di libertà completa, faccio il cazzo che mi pare e sto da dio. Lui ben passati i quaranta, io i 26. Lui milita in un gruppo che a suo modo ha fatto un pezzo di storia. E da lì a poco avrebbe toccato anche la vetta.

Lui distoglie lo sguardo e io pure. Senza dire una sillaba. Avessi detto qualcosa, magari avremmo parlato, ma niente.

Il concerto molto bello, la festa anche. Saluto Gasparini (conosciuto in studio, a Calenzano, pochi mesi prima), e sento di straforo il mio amico Paolo parlare con uno dell’entourage del CPI, uno con la faccia e l’atteggiamento un po’ da puttana. Probabilmente un commerciale dell’etichetta. Sento il tipo dire questa è una bomba, te lo dico io, i CSI sono al top del top.

Ha in mano una cassetta audio (sì, la vecchia musicassetta) con su scritto in pennarello nero CSI – Tabula rasa – Master OK.

Amen.

747

Piloto un 747 su una città.
Faccio volo rasente gli edifici e le manovre sono precise, chirurgiche. Un’abilità riconosciuta. Però indosso il paracadute e guardo di continuo il portello di uscita.

Loft

Un loft, un appartamento grande in una sorta di condominio semi-trasparente, costruito in vetro e travi di acciaio con tubolari di sostegno, montati a triangolo. Scale con i gradini sospesi. Una richiesta di aiuto, un senso di impotenza dovuto all’invecchiamento, e io che non so aiutare.

Nel momento in cui mi rendo conto che trovarsi senza più le cose cui si era abituati può essere terribile, mi sveglio, e mi sforzo di trattenere nella memoria più immagini possibili.

Arsenal

Vivo in un enorme complesso periferico, sovraffollato e pettegolo. Franco viene improvvisamente arrestato dalla polizia, e io non riesco davvero a capire perché. Una persona così onesta e pulita. Vengo a sapere che bazzicava il giro della droga, con mio totale stupore. Non passano ore che la polizia arriva in massa con pattuglie dappertutto, rastrellando il complesso di palazzi. Io guardo di straforo da una finestra ai piani alti, e vedo gente poco raccomandabile finire nelle auto con i lampeggianti. Una signora dietro di me commenta “Era ora”. La sera della retata esco con parenti e amici per una passeggiata sul lungofiume. C’è un fiume enorme dove vivo. La gente parla inglese per le strade. Sento urla distanti farsi sempre più vicine. Sono le urla di tifosi che si preparano ad assistere a un incontro importante in notturna. Intravedo le luci dei riflettori. C’è una nebbia incredibile. Dopo un po’ di camminata celere vedo lo stadio dell’Arsenal, galleggiante nell’enorme fiume. Le acque sono agitatissime, e una petroliera sta passando in senso opposto allo stadio. Per un attimo temo si scontrino, perché non ho la percezione della profondità. La nave lo sfila sulla sinistra e prosegue per il mare aperto. Lo stadio ondeggia da paura, ma i tifosi continuano il loro coro. Mi chiedo se cercare un biglietto per assistere ma rinuncio perché il fiume è troppo agitato e in più mi sembra di guardare un quadro di velieri travolti dal mare in burrasca che aveva il nonno in casa e che da bambino mi attirava come il topolino è attratto dalla vista del serpente.